FRANCESCO VENTIMIGLIA CONTE DI GERACI E DI COLLESANO
Conte di Collesano, poi di Collesano e di Geraci. Secondogenito del primo Francesco, entrava in possesso dell'eredità paterna, la nuova contea di Collesano, solo nel 1354, molti anni dopo la presunta ribellione e la morte del padre.
La reintegrazione di Francesco - e del fratello Emanuele a Geraci - erano il frutto dell'azione del giovane Ventimiglia, che, mentre Emanuele andava in esilio, rimaneva nel regno e investiva ingenti risorse a sostegno del sovrano, legandosi alla fazione legittimista di Blasco Alagona.
La reintegrazione di Francesco - e del fratello Emanuele a Geraci - erano il frutto dell'azione del giovane Ventimiglia, che, mentre Emanuele andava in esilio, rimaneva nel regno e investiva ingenti risorse a sostegno del sovrano, legandosi alla fazione legittimista di Blasco Alagona.
Conservando il dominio del castello di Cristia, nel palermitano, e di altri beni, Francesco poteva contare per tutto il difficile periodo precedente alla reintegrazione nell'eredità paterna, su rendite di un certo livello e su un avamposto strategico di rilievo, dal quale, ad esempio, interveniva - sia pure senza che gliene tornassero vantaggi - nell'insurrezione antichiaromontana di Palermo capeggiata da Lorenzo Murra.
Quando questa prevaleva a Corte sugli avversari Palizzi, Francesco poteva raccogliere i frutti del suo impegno. Benché il primogenito Emanuele rientrasse in possesso del nucleo più antico dei titoli e dei domini paterni, Francesco esercitava la propria influenza facendosi cedere dal fratello gli importanti territori delle Petralie e di Bilici; il nuovo conte di Collesano si confermava il più dinamico esponente del lignaggio: ereditava il titolo di Maior Camerarius; avviava una politica di concentrazione del patrimonio familiare, acquisendo perfino l'eredità dei castelli del ramo ligure della famiglia; riprendeva l'alleanza con i Rosso, insieme ai quali tentava di instaurare il dominio sulla città di Messina (di cui assumeva temporaneamente la carica di Stratigoto), faceva sposare una figlia - Elisabetta - con un esponente della grande famiglia rivale dei Chiaromonte, cercando di rimuovere i motivi di contrapposizione fra i due lignaggi che avevano indebolito, decenni prima, la posizione del padre.
La forza politica e militare, fondata pure sulla disponibilità di una compagnia armata insediata nell'antico possesso familiare di Cristia, nell'area palermitana, aumentava ancora quando, alla morte del fratello, Francesco gli subentrava nel titolo e nei domìni, giungendo a controllare uno dei più estesi possessi territoriali dell'isola.
La posizione egemone nell'area delle Madonie si rafforzava con l'acquisto del casale di Isnello dalla famiglia Abbate (1377), ma era soprattutto verso i grandi patrimoni della Chiesa di Cefalù e verso le città demaniali che si indirizzava l'azione del conte. Attraverso un controllo sempre più stretto della politica regia, il conte otteneva la capitania e la castellania a vita dell'importante centro di Polizzi; attraverso l'enorme influenza conquistata nell'area montana estendeva il controllo militare sulla città vescovile di Cefalù, dove peraltro possedeva da tempo un grande hospicium e ricche proprietà fondiarie; infine, otteneva dal re Federico IV, nella custodia del quale si alternava con altri esponenti della propria fazione (nel 1361 il re era costretto a fuggire da Cefalù per sposare Antonia Del Balzo contro il volere di Francesco), l'infeudazione del centro di Termini, che diveniva lo sbocco portuale per il prodotto frumentario dei suoi domìni (1371).
Dopo aver usurpato alla Chiesa di Cefalù il castello della Roccella, e averne rinnovato le fortificazioni, con un'atto simile a quello realizzato dal padre cinquant'anni prima con Pollina, costringeva il vescovo a cederglielo formalmente (1385), acquisendo così il completo controllo del litorale centro-settentrionale dell'isola, dal quale otteneva pure la licenza di esportare enormi quantità di grano esenti da diritti doganali.
Quale esponente di punta di una delle fazioni, partecipava alla stipulazione della pace fra i magnati dell'isola, che sanciva la divisione in due sfere d'influenza del regno e delle sue istituzioni (1362). Alla morte del sovrano, quando il Vicario Artale Alagona decideva di associare al governo gli altri esponenti delle maggiore aristocrazia, assumeva pure il titolo di Vicario (1378). Alla sua morte (1388), il dominio madonita era al massimo della sua espansione; per disposizione testamentaria, esso veniva nuovamente diviso fra i figli Enrico (Geraci) e Antonio (Collesano), mentre al terzogenito Cicco, in un primo tempo diseredato, andava l'importante feudo di Regiovanni.
Quale esponente di punta di una delle fazioni, partecipava alla stipulazione della pace fra i magnati dell'isola, che sanciva la divisione in due sfere d'influenza del regno e delle sue istituzioni (1362). Alla morte del sovrano, quando il Vicario Artale Alagona decideva di associare al governo gli altri esponenti delle maggiore aristocrazia, assumeva pure il titolo di Vicario (1378). Alla sua morte (1388), il dominio madonita era al massimo della sua espansione; per disposizione testamentaria, esso veniva nuovamente diviso fra i figli Enrico (Geraci) e Antonio (Collesano), mentre al terzogenito Cicco, in un primo tempo diseredato, andava l'importante feudo di Regiovanni.


